Giustizia per Giuseppe Veropalumbo

(di Francesca Carlucci)

È la notte di Capodanno 2007. Un proiettile vagante uccide Giuseppe Veropalumbo nella sua abitazione a Torre Annunziata. Da allora, sua moglie Carmela Sermino non si è mai fermata per far emergere la verità e ottenere finalmente giustizia.    

Da anni ormai, dalla morte di suo marito, lei è continuamente alla ricerca della verità. A che punto è questa ricerca e quante indagini devono esserci ancora per avere giustizia?

Sono amareggiata da quanto è accaduto, soprattutto perché viene negata giustizia ad un innocente e a noi familiari che viviamo giorno per giorno nel dolore di una perdita tanto opprimente. Ho fiducia nella Giustizia ma deve a questo punto concretizzare la sua azione e in tempi utili. Mi auguro che la coscienza dei responsabili possa indurli ad accusare un crimine assurdo, frutto della prevaricazione violenta e della sub cultura camorristica.

Nonostante il dolore, lei ogni giorno dimostra di esserci anche in campo sociale. La sua è una lotta costante contro gli orrori della società, quali le mafie e la criminalità. A suo giudizio, perché è così impegnativo far prevalere i valori positivi su quelli negativi e cosa si può fare per spingere a fare del bene piuttosto che il male? 

Semplice: non odiare ma lavorare perché la società migliori, perché ai giovani vangano inculcati principi di legalità e giustizia. Le nuove leve devono comprendere che non si può affrontare la vita con una pistola, un mitra, vessando il prossimo: occorre riscoprire l’immenso benessere derivante dall’onesto lavoro, dall’operare gli uni con gli altri e mai contro. Il dolore fa parte della mia esistenza e mi accompagnerà in fondo al cuore fino alla fine dei miei giorni. Tuttavia non deve essere un alibi per mollare, per assumere atteggiamenti egoistici, per voltarsi dall’altra parte. Manifesterò sempre in difesa della Legalità e dei diritti civili. Ai ragazzi dico: “Ci vuole molto più coraggio ad amare che a premere il grilletto di una pistola”.

Lei è attualmente assessore allo Sviluppo del Territorio e Giustizia Sociale presso la Municipalità 3 del Comune di Napoli. Tuttavia, il suo sguardo non si è mai allontanato da Torre Annunziata. Quanto lavoro è stato e deve essere ancora fatto in entrambe le città affinché trionfi la cultura della legalità?

Non esistono barriere: ogni zona, quartiere deve essere manifestazione dell’impegno di chi non si è mai arreso al fatalismo rinunciatario nè al vittimismo spicciolo. Il lavoro da fare è ancora tanto come tante sono le insidie che minano i luoghi. Tuttavia, grazie all’abnegazione, alla professionalità delle forze dell’ordine, associazioni, cittadini, sarà possibile imprimere un nuovo passo a comunità che non meritano l’appellativo di realtà degradate.

Lei non si è mai data per vinta in questa sua battaglia, ma si è mai sentita sola e ignorata dalle istituzioni?

Credo nelle Istituzioni dello Stato che riconosco quale unico vero referente per ogni onesto cittadino. Non sono mancati momenti di amarezza e di sconforto. Confido però in un lieto fine di una vicenda che ha privato una famiglia di un affetto insostituibile. Penso alle tante famiglie nelle mie condizioni: a loro dico di non mollare mai, di non arrendersi alla logica perversa di chi crede di poter vivere impunito al di fuori della legge.

Lei spesso sui social ricorda momenti di vita con suo marito. Di tutti questi anni di speranza nella giustizia, cosa gli vorrebbe ancora dire?

Quello che con il cuore gli dico tutti i giorni : “Peppe ti amiamo e siamo fieri di te. Proteggici e fa sentire sempre la tua presenza a Ludovica, il nostro gioiello. Mi batterò perché tu abbia giustizia su questa terra insieme alle altre vittime innocenti di camorra. Un giorno saremo ancora insieme…e questa volta per sempre”.

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